Come ho già raccontato altrove, sono un nerd che, per vocazione, ha iniziato a lavorare nel modo digitale ormai oltre 25 anni fa.
Ne ho viste di tutti i colori ma, nonostante ciò, continuo a nutrire una insana passione per la trasformazione digitale che ci sta cambiando profondamente, a folle velocità, senza che molti se ne rendano conto.
Per evitare di fare la fine della rana cotta a fuoco lento, cerco di raccontare quel che accade sotto i nostri occhi.

Stefano Massari

Se la barriera lettore/scrittore si abbatte grazie all’AI, inizieremo a scrivere per noi stessi?

SCENA 1
Ieri sera sono andato a cena con un caro amico che di mestiere fa l’editore: un piccolo editore che stampa libri di qualità, sempre attento a novità tecnologiche e a nuovi mercati.
Si ragionava sulla possibile adesione degli editori ad una sorta di codice etico per l’utilizzo delle IA, partendo dall’esperienza tedesca, che non è tuttavia unica, in cui alcuni editori hanno iniziato ad appore sui libri una sorta di logo (“Ohne KI”) che certifica l’origine 100% umana dei testi contenuti nei libri.
L’intelligenza Artificiale messa al bando nel tentativo di proteggere la creatività umana.
Negli Usa e in Gran Bretagna si sceglie di proteggere il lavoro degli autori aderendo allo standard “Human Authored”, che più o meno è il corrispettivo di quanto fatto in Germania.
Secondo questi standard che vanno diffondendosi, l’utilizzo delle IA in ambito editoriale è ammesso soltanto per scopi di supporto, come la correzione di bozze, ma assolutamente esclusa dall’ambito creativo.
Fin qui tutti chiaro.
Mi viene però da chiedere una cosa: qualcuno ha chiesto cosa ne pensino i lettori?
I lettori sono disposti o meno a leggere libri, romanzi, opere di saggistica, scritti almeno in parte utilizzando strumenti di intelligenza artificiale?
È sempre vera l’affermazione secondo cui tutto ciò che arriva dalle IA è scadente, pericoloso, banale?
Nel 2025 l’editore Tlon pubblica un titolo di Janwei Xun, filosofo e teoretico dei media: “Ipnocrazia – Trump, Musk e la nuova architettura della realtà”. Il libro si propone di “esplorare l’era dell’ipnocrazia in cui ci è dato di vivere, una sorta di nuovo regime che manipola la percezione, trasformando il nostro rapporto con la realtà”.
Io, da sempre affascinato da interpretazioni di filosofi come Byug-chul Han o Miguel Benasayag, che condividono una critica radicale e profonda della società neoliberista e tecnocratica contemporanea, su quel libro mi sono tuffato.
Salvo scoprire che, in realtà, quanto acquistato non era il saggio di un filosofo, ma una performance artistica di Andrea Colamedici, co-fondatore di Tlon. L’obiettivo di questa performance, svelata poi dallo stesso Colamedici in una sorta di autodenuncia? Testare le dinamiche dei media, dell’informazione e le nostre credenze nell’era digitale.
Col senno di poi lo stile distopico, profetico e volontariamente retorico fino alla provocazione avrebbe dovuto farmi pensare. Ma la domanda è un’altra: ora che ho scoperto la genesi di questo libro, la cosa toglie valore a questa operazione?
Certo, qui stiamo parlando di un caso limite, di una provocazione appunto.
Ma allarghiamo il discorso: se dietro la generazione di un’opera letteraria, anche eventualmente creata mediante il ricorso alle IA, c’è un pensiero profondo, un’originalità di fondo, una creatività intrinseca, ha senso bollare quell’opera come se valesse di meno di un libro scritto a mano su carta Fabriano con una penna Bic?
Ecco (e arriviamo al cosa ne penso io) io credo di no. In un’epoca in cui il ricorso alla tecnologia in ogni aspetto della vita sarà sempre più massiccio (finanche e sempre più non percepito), io credo che la differenza la possano ancora fare creatività e pensiero.

SCENA 2
C’era una volta Hugging Face, una piattaforma che è leader mondiale per la condivisione di modelli e dati relativi all’intelligenza artificiale.
Su Hugging Face, posto in bella vista e con accesso pubblico e gratuito per chiunque voglia scaricarlo, esiste un dataset che si chiama WildChat: contiene centinaia di migliaia di conversazioni reali di utenti che hanno interrogato ChatGPT per una qualsivoglia ragione.
Un bel giorno Neel Gupta e Melanie Walsh della University of Washington, insieme a Maria Antoniak della University of Colorado Boulder, hanno progettato e realizzato “AI Fiction in the Wild”, uno studio che cerca di rispondere a una domanda: se è ormai appurato che gli scrittori stanno utilizzando l’IA da un po’, non è che, vedi mai, anche i lettori stanno iniziando a usare le intelligenze artificiali per produrre narrativa? E se sì, a che pro?
Per rispondere hanno analizzato tutto quel po’ po’ di chat contenute nel dataset — e se ci siete finiti dentro anche voi, affari vostri: la prossima volta magari imparerete a usare modelli pro a pagamento, se tenete alla vostra privacy — cercando di capire chi crea narrativa, di che tipo, con quali ossessioni ricorrenti e con quali possibili conseguenze culturali.
Il punto interessante, infatti, non è solo che ChatGPT venga usato per scrivere racconti, fanfiction, roleplay, sceneggiature o contenuti erotici. Il punto è che molti utenti non sembrano cercare “una storia” nel senso tradizionale del termine. Cercano la loro storia: su misura, ripetibile, modificabile all’infinito, abitata dai personaggi che vogliono, con le relazioni che vogliono, nel tono che vogliono, possibilmente senza dover fare i conti con quell’inconveniente un po’ novecentesco chiamato “autore”.
Lo studio è bello lungo, anche se interessante, ma il succo in buona sostanza è questo.
La narrativa, fino a ieri, era incontrare l’immaginazione di qualcun altro, entrare in un mondo che non avevamo ordinato noi, sopportare personaggi, svolte, frustrazioni e finali che non sempre coincidevano con i nostri desideri. Con l’IA, invece, il lettore può diventare una specie di committente sovrano: chiede, corregge, rilancia, pretende una variante, poi un’altra, poi un’altra ancora. Una Netflix dell’immaginazione privata, senza catalogo e senza vergogna.
E forse, a pensarci bene, non c’è nemmeno da stupirsi troppo. Se sono cambiate persino le nostre abitudini erotiche, se il desiderio è stato progressivamente intermediato da chat, cam, piattaforme, siti porno, avatar, filtri e fantasie a richiesta, perché mai avremmo dovuto pensare che la letteratura sarebbe rimasta immune? Davvero credevamo che proprio le storie, cioè la più antica macchina umana per produrre desiderio, identità, proiezione e consolazione, sarebbero rimaste fuori dal grande supermercato della gratificazione immediata?
In fondo è la stessa traiettoria: non cerco più necessariamente l’altro, cerco un’interfaccia che mi restituisca una versione addomesticata del mio desiderio. Non devo sedurre, aspettare, interpretare, negoziare. Devo solo scrivere un prompt. E se non funziona, lo correggo. Se non basta, rilancio. Se mi annoia, rigenero. L’attrito umano, quella cosa scomodissima che per secoli ha prodotto amori, romanzi, equivoci, tragedie e qualche capolavoro, viene finalmente ridotto al minimo sindacale.

Gli autori dello studio non dicono che tutto questo sia automaticamente il male, e sarebbe troppo facile liquidarlo così. In fondo, fanfiction, giochi di ruolo, mondi condivisi e riscritture esistono da sempre. Ma qui cambia la scala, cambia la velocità, cambia soprattutto il rapporto tra desiderio e narrazione: non devo più cercare una storia che mi sorprenda, posso farmene servire una che mi confermi.
Non voglio più leggere una storia: voglio che la storia mi obbedisca.
Ecco, alla fine torno alla domanda fatta ad inizio articolo, magari un po’ rivista: abbiamo chiesto ai lettori se vogliano o non vogliano leggere contenuti narrativi che coinvolgono le IA? Non è forse a loro che spetta l’ultima parola?

Se vuoi approfondire…

=> Qui trovi il dataset Wild Chat
=> Qui trovi un approfondimento sull’iniziativa “Ohne KI” della casa editrice Loewe
=> Qui trovi la ricerca “AI fiction in the wild”

COntenuti correlati
=> 5 cose da sapere sulle AI Overview