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TL;DR

In breve

Prima di caricare dati o documenti in ChatGPT conviene distinguere tra informazioni realmente necessarie al compito e dati personali, riservati o aziendali che possono essere rimossi. Account personali, Business ed Enterprise hanno condizioni differenti, ma nessuna impostazione sostituisce minimizzazione, regole interne e verifica di ciò che stiamo condividendo.

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Stefano Massari

Stefano Massari

Esperto in transizione digitale

Sono un webmaster, lavoro sulla seo dal 1999, mi occupo di content management, oggi di AI... per vocazione preferisco definirmi un esperto di trasformazione digitale. Ho iniziato a lavorare nel mondo online ormai oltre 25 anni fa. Ne ho viste di tutti i colori ma, nonostante ciò, continuo a nutrire una insana passione per la rivoluzione digitale che ci sta cambiando profondamente, a folle velocità, senza che molti se ne rendano conto. Per evitare di fare la fine della rana cotta a fuoco lento, cerco di raccontare quel che accade sotto i nostri occhi.

Quando un nuovo strumento entra davvero nella vita quotidiana smettiamo abbastanza rapidamente di considerarlo “nuovo” e cominciamo a usarlo con la stessa disinvoltura con cui apriamo una mail, mandiamo un allegato o copiamo un testo da una finestra all’altra.
Con ChatGPT e con gli altri assistenti generativi questo passaggio è avvenuto molto velocemente.
Tutto è amplificato dalla facilità d’uso e dalla tendenza della AI a causare, da subito, una grande dipendenza.
Un documento è lungo? Lo carichiamo.
Una mail contiene troppe informazioni? La incolliamo e chiediamo un riassunto.
Dobbiamo rispondere a un cliente? Copiamo la conversazione e chiediamo una bozza. Abbiamo un Excel con nomi, fatturato e storico commerciale? Potrebbe essere comodo farlo analizzare dall’AI.
La comodità è reale, però ci sono due domande che dovrebbero arrivare qualche secondo prima del copia e incolla: posso davvero farlo? Cosa sto consegnando al sistema insieme alla mia richiesta?
In molti casi la questione viene liquidata con una formula semplice, quasi sempre troppo semplice: “non mettere dati sensibili dentro ChatGPT”.
Ma nel lavoro quotidiano i dati che meritano attenzione sono molti di più di quelli che normalmente definiamo “sensibili”, mentre le condizioni cambiano anche in base allo strumento, al piano utilizzato, alle impostazioni dell’account e alle regole dell’organizzazione.
Quindi; sensibile o non sensibile? E se non sensibile, possono comunque valere limitazioni all’utilizzo all’interno di un sistema AI?

Vale la pena costruire una piccola abitudine: prima di caricare qualcosa, capire cosa contiene e perché l’AI ha davvero bisogno di vederlo.

IL PRIMO ERRORE È PENSARE SOLTANTO AI “DATI SENSIBILI”

Nel linguaggio comune diciamo spesso “dato sensibile” per indicare qualunque informazione privata o delicata. Il GDPR utilizza una classificazione più precisa e parla, tra le altre cose, di categorie particolari di dati personali, che comprendono informazioni relative alla salute, all’origine razziale o etnica, alle convinzioni religiose o filosofiche, alle opinioni politiche, all’appartenenza sindacale, ai dati genetici e biometrici utilizzati per identificare una persona e alla vita o all’orientamento sessuale.
Sono certamente informazioni da trattare con molta attenzione, ma limitare il problema a queste categorie rischia di lasciarci fuori metà dell’ufficio.
Un preventivo contiene nomi, indirizzi, numeri di telefono e condizioni commerciali.
Un curriculum contiene dati personali, esperienze professionali, indirizzi e spesso una fotografia.
Un verbale di riunione può riportare valutazioni sui dipendenti, problemi interni e decisioni ancora riservate.
Una conversazione con un cliente può contenere informazioni commerciali, esigenze specifiche, prezzi, contestazioni o dettagli tecnici.

Prima ancora di chiederci se il dato rientri in una categoria giuridica particolare, possiamo porci una domanda molto più semplice: sarei tranquillo se questo documento uscisse dal perimetro nel quale normalmente lo utilizziamo?
State esitando? Vale la pena fermarsi un momento.

DATI PERSONALI: IL FATTO CHE LI ABBIAMO NON SIGNIFICA CHE POSSIAMO USARLI IN QUALUNQUE MODO

Un’azienda tratta ogni giorno dati personali perché ne ha bisogno per lavorare: clienti, dipendenti, candidati, fornitori, utenti del sito, contatti commerciali. Il fatto che quei dati siano legittimamente presenti nei nostri sistemi non rende automaticamente legittimo qualsiasi utilizzo successivo.
Quando decidiamo di inserirli in un servizio AI stiamo introducendo un nuovo trattamento e, a seconda del contesto, possono diventare rilevanti finalità, base giuridica, minimizzazione, sicurezza, rapporti con i fornitori e trasferimenti dei dati.
L’European Data Protection Board continua a ricordare che l’utilizzo dell’intelligenza artificiale deve essere valutato nel quadro dei principi del GDPR e che anche la possibilità di considerare realmente anonimi dati o modelli richiede una valutazione concreta, caso per caso. Nel luglio 2026 l’EDPB ha inoltre adottato nuove linee guida sull’anonimizzazione, segno piuttosto chiaro di quanto il tema sia ancora vivo e tutt’altro che riducibile a una casella da spuntare.
Per l’utente che deve semplicemente lavorare con un documento, tutto questo può essere tradotto in una regola comprensibile: fornire al modello soltanto i dati personali realmente necessari al compito e, quando possibile, rimuovere o sostituire quelli che non servono.
Se dobbiamo chiedere all’AI di migliorare la struttura di una lettera di contestazione, probabilmente non ha bisogno di conoscere nome, cognome, indirizzo, codice fiscale e numero di telefono della persona coinvolta.
Può bastare “Cliente A”: la qualità della riscrittura difficilmente ne soffrirà.

DATI RISERVATI AZIENDALI: LA PRIVACY È SOLTANTO UNA PARTE DEL PROBLEMA

Esiste poi un’intera categoria di informazioni che può non riguardare direttamente il GDPR e avere comunque un valore enorme per l’azienda: listini non pubblici, offerte in preparazione, credenziali, codice sorgente proprietario, strategie commerciali, database…
Password e chiavi API, naturalmente, meritano una categoria tutta loro: inserirle in un prompt è una pessima idea quasi indipendentemente dallo strumento utilizzato.
Qui la domanda diventa soprattutto organizzativa. Chi può decidere quali informazioni aziendali possono essere inviate a un servizio esterno? Quali strumenti sono stati approvati? Esistono accordi e condizioni adeguate? Quali dipendenti hanno ricevuto istruzioni?
Molte aziende stanno scoprendo l’intelligenza artificiale esattamente al contrario: prima i dipendenti cominciano a usarla, poi qualcuno si accorge che sarebbe stato utile stabilire qualche regola.

Il fenomeno viene spesso chiamato shadow AI, una specie di parente molto più giovane dello shadow IT: strumenti utilizzati spontaneamente dalle persone per lavorare meglio, mentre l’organizzazione non ha ancora deciso come gestirli.
Una policy AI interna serve anche a riportare questa situazione dentro un perimetro comprensibile.

Prima del copia e incolla: che tipo di dato è?

Quattro categorie diverse, tutte meritevoli di attenzione per ragioni differenti.

Dati personali

Nomi, recapiti, curriculum, informazioni sui clienti.

Dati particolari

Salute, biometria, convinzioni, appartenenze e altre categorie GDPR.

Dati aziendali

Prezzi, contratti, strategie, codice, database e documenti interni.

Credenziali

Password, chiavi API e segreti di accesso: devono restare fuori.

CHATGPT GRATIS, PLUS, BUSINESS ED ENTERPRISE NON SONO LA STESSA COSA

Uno dei motivi per cui la frase “non mettere dati in ChatGPT” è troppo generica sta proprio qui.
Le condizioni di trattamento cambiano in base al tipo di servizio.
Per i servizi destinati alle persone, OpenAI prevede controlli che consentono all’utente di decidere se le nuove conversazioni possano essere utilizzate per migliorare i modelli. Nell’account ChatGPT l’impostazione “Migliora il modello per tutti” può essere disattivata anche negli account gratuiti; le conversazioni continuano a comparire nella cronologia, mentre quelle future non vengono utilizzate per l’addestramento.
OpenAI mette inoltre a disposizione le chat temporanee, che non vengono utilizzate per addestrare i modelli e non vengono memorizzate nella memoria di ChatGPT.
Insomma, un po’ come le immagini temporanee che mi mandano i miei figli su Whatsapp: entrambi devono essere al soldo della CIA o di qualche servizio segreto mediorientale…

Per ChatGPT Business, Enterprise, Edu e per la piattaforma API, OpenAI dichiara invece che input e output aziendali non vengono utilizzati per addestrare o migliorare i modelli per impostazione predefinita. I dati sono inoltre crittografati a riposo e in transito e, a seconda del prodotto, sono disponibili ulteriori controlli di amministrazione e conservazione.
Questa distinzione è importante perché un dipendente che utilizza il proprio account personale e un team che lavora dentro uno spazio Business gestito dall’azienda non si trovano nella stessa situazione.
Rimane comunque un passaggio da evitare: trasformare “i dati non vengono usati per il training” in “posso caricare qualsiasi cosa”: training, conservazione, sicurezza, autorizzazioni interne, obblighi contrattuali, trattamento dei dati personali e opportunità di condividere un’informazione sono questioni differenti.
La scelta dello strumento giusto riduce alcuni rischi, ma la valutazione di ciò che gli consegniamo rimane necessaria.

DISATTIVARE IL TRAINING RISOLVE UNA PARTE DEL PROBLEMA

Questa è probabilmente una delle confusioni più frequenti.
Disattivare l’utilizzo delle conversazioni per il miglioramento dei modelli è una scelta utile per chi utilizza un account personale e vuole maggiore controllo sui propri dati.
Descrive però una cosa molto precisa: l’utilizzo delle conversazioni future per addestrare o migliorare i modelli. Se incolliamo in una chat un elenco contenente dati personali di cento clienti, la prima domanda aziendale dovrebbe riguardare l’opportunità e la liceità di quel trattamento, oltre alle regole definite dall’organizzazione. Se inseriamo un contratto coperto da obblighi di riservatezza, dobbiamo considerare anche quegli obblighi.

Se carichiamo una password…

Insomma, le impostazioni privacy del servizio fanno parte della soluzione, mentre una buona gestione aziendale richiede anche classificazione dei dati, scelta degli strumenti autorizzati e consapevolezza degli utenti.

LE CHAT TEMPORANEE SONO UTILI, MA NON SONO UN MANTELLO DELL’INVISIBILITÀ

La Chat temporanea di ChatGPT (ricordate i miei figli?) offre una modalità interessante per conversazioni che non vogliamo mantenere nella cronologia o utilizzare per l’addestramento.
OpenAI specifica che queste chat non vengono salvate nella cronologia, non creano memorie e non vengono usate per addestrare i modelli.
È una funzione utile, soprattutto per utilizzi occasionali.
La presenza di una modalità temporanea non modifica però la natura dell’informazione che stiamo condividendo. Se un documento contiene dati che la nostra azienda non autorizza a inserire in strumenti generativi, usare una chat temporanea non cambia quella regola.
La sicurezza funziona meglio quando le diverse protezioni si sommano: scelta appropriata del servizio, impostazioni adeguate, minimizzazione dei dati e regole interne coerenti.

Prima di caricare il documento

Quattro controlli riducono parecchio i problemi senza complicare il lavoro.

1. Necessità

Quali informazioni servono davvero al compito?

2. Minimizzazione

Posso togliere nomi, recapiti o colonne inutili?

3. Strumento

Sto usando account e servizio autorizzati?

4. Riservatezza

Il documento contiene obblighi o informazioni aziendali protette?

PRIMA DI CARICARE UN DOCUMENTO, POSSIAMO TOGLIERE PARECCHIE COSE

Una buona parte della protezione dei dati può avvenire prima ancora di aprire ChatGPT.
Immaginiamo di voler analizzare venti curriculum per individuare competenze ricorrenti.
Il modello ha davvero bisogno di nome, cognome, fotografia, indirizzo, numero di telefono e indirizzo email? Se il nostro obiettivo riguarda esclusivamente le competenze professionali, gran parte di quelle informazioni può essere rimossa.
Lo stesso vale per molti documenti aziendali.
“Mario Rossi, amministratore delegato di Alfa Srl” può diventare “Responsabile A”. Un numero di contratto può diventare “Contratto 1”. Il nome di un cliente può essere sostituito con un identificatore. Una tabella può essere privata delle colonne irrilevanti per l’analisi.
Attenzione però a una distinzione importante: pseudonimizzare non significa automaticamente anonimizzare. Se conserviamo altrove la chiave che permette di ricondurre “Cliente A” a Mario Rossi, stiamo ancora trattando dati personali.
Dal punto di vista pratico, comunque, ridurre le informazioni consegnate all’AI rimane una buona applicazione del principio di minimizzazione: il modello riceve ciò che serve per svolgere il compito e molto meno di ciò che abbiamo a disposizione.

ESEMPIO: DEVO FARMI RIASSUMERE UN CONTRATTO

Prendiamo un caso molto comune: abbiamo un contratto di trenta pagine e vogliamo ottenere una sintesi dei principali obblighi, delle scadenze e delle clausole di recesso.
Prima di caricarlo possiamo controllare almeno quattro cose.
La prima riguarda le informazioni personali contenute nel documento.
La seconda riguarda eventuali obblighi di riservatezza.
La terza riguarda lo strumento che stiamo utilizzando e le condizioni applicabili all’account. La quarta riguarda le regole della nostra organizzazione.
Potremmo scoprire che per l’analisi bastano alcune clausole e che nomi, firme, coordinate bancarie e altri dati possono essere rimossi.
Potremmo anche scoprire che l’azienda dispone già di uno spazio Business autorizzato proprio per questo tipo di attività.
Lo stesso compito, “riassumi il contratto”, può quindi essere gestito in modi molto diversi a seconda del documento e del contesto.

ESEMPIO: DEVO RISPONDERE A UNA MAIL DI UN CLIENTE

La mail è forse ancora più insidiosa perché la copiamo senza quasi pensarci.
Una conversazione commerciale può contenere nome e cognome, indirizzo email, telefono, dettagli sul progetto, budget, condizioni economiche, problemi tecnici e informazioni su altre persone.
Per ottenere una buona bozza di risposta raramente serve tutto.
Possiamo copiare soltanto la parte pertinente, sostituire i nomi e togliere firma, recapiti e cronologia precedente quando non sono necessari.
Il vantaggio è doppio: condividiamo meno informazioni e forniamo al modello un contesto più pulito.
Anche dal punto di vista del prompting, meno rumore può significare una richiesta migliore.

COLLEGARE GMAIL, DRIVE E ALTRI STRUMENTI CAMBIA LA SCALA DEL PROBLEMA

Gli assistenti AI stanno progressivamente passando dal modello “copio un testo dentro una chat” al modello “collego direttamente le mie fonti”.
Posta elettronica. Drive. SharePoint. CRM. Documenti aziendali. Calendario. Strumenti di collaborazione.
Questo rende il lavoro molto più potente e riduce parecchie operazioni manuali, ma significa anche che l’assistente può potenzialmente operare su un patrimonio informativo molto più ampio.
Nei prodotti aziendali i permessi, i controlli amministrativi e l’architettura di sicurezza diventano quindi centrali. OpenAI, per esempio, specifica che nelle app collegate ChatGPT accede ai contenuti nei limiti dei permessi già posseduti dall’utente e che per Business, Enterprise ed Edu le informazioni recuperate dalle app non vengono utilizzate per addestrare i modelli.
La regola organizzativa rimane abbastanza intuitiva: più aumentiamo l’accesso dell’AI ai sistemi aziendali, più dobbiamo sapere chi può vedere cosa, quali strumenti sono autorizzati e quale effetto può avere un errore.

“È PUBBLICO SU INTERNET” NON SIGNIFICA CHE IL DATO SIA DIVENTATO LIBERO DA QUALSIASI REGOLA (NÉ CHE POSSA ESSERE UTILIZZATO INDISCRIMINATAMENTE)

Anche questo equivoco merita attenzione.
Un dato personale accessibile pubblicamente resta un dato personale.
Nel suo parere sui modelli di AI, l’EDPB include proprio la disponibilità pubblica dell’informazione tra gli elementi da considerare nella valutazione, insieme al contesto nel quale il dato era stato raccolto, al rapporto con la persona interessata e agli ulteriori utilizzi che ne vengono fatti.
La presenza di un’informazione su un sito, su LinkedIn o in un albo pubblico non equivale quindi a una licenza universale per copiarla, aggregarla e trattarla per qualsiasi finalità.

Questo tema diventerà ancora più importante man mano che le aziende utilizzeranno l’AI per ricerca commerciale, recruiting, profilazione e analisi di grandi quantità di informazioni online.

SERVE UNA POLICY DI CINQUANTA PAGINE?

Per una piccola azienda probabilmente possiamo partire da qualcosa di più semplice.
Quali strumenti AI sono autorizzati? Quali account devono essere utilizzati? Quali categorie di informazioni possono essere inserite? Quali richiedono anonimizzazione o pseudonimizzazione? Quali devono restare fuori? Per quali attività serve una verifica umana? Chi contattare in caso di dubbio? Come gestire strumenti nuovi che i dipendenti vorrebbero provare?
Sette domande comprensibili possono essere più utili di un regolamento lunghissimo che nessuno ricorda.
L’AI literacy richiesta dall’AI Act acquista qui un significato molto concreto: formare le persone significa anche renderle capaci di riconoscere cosa stanno consegnando al sistema mentre cercano di risparmiare dieci minuti.

UNA PICCOLA CHECKLIST PRIMA DI PREMERE INVIO

A questo punto possiamo ridurre tutto il discorso a una verifica di pochi secondi.

Questo prompt contiene dati personali?

Contiene informazioni sulla salute, convinzioni, appartenenze, dati biometrici o altre informazioni particolarmente delicate?

Contiene opere creative o parti di esse?

Contiene segreti aziendali, prezzi riservati, credenziali, contratti o strategie?

Posso raggiungere lo stesso risultato togliendo nomi e dettagli?

Sto utilizzando l’account e lo strumento autorizzati dalla mia organizzazione?

So quali impostazioni e condizioni si applicano a quel servizio?

Il documento è soggetto a obblighi di riservatezza?

Se alcune risposte ci fanno venire un dubbio, abbiamo appena scoperto il momento giusto per fermarci e verificare.

Prima di premere Invio

Una verifica rapida evita di consegnare all’AI informazioni che il compito non richiede.

Dati personali

Ci sono nomi, recapiti o informazioni identificative?

Riservatezza

Ci sono contratti, prezzi, strategie o segreti aziendali?

Minimizzazione

Posso raggiungere lo stesso risultato togliendo qualcosa?

Autorizzazione

Sto usando lo strumento e l’account previsti dall’azienda?

Il criterio più semplice resta questo: dare al modello abbastanza informazioni per lavorare bene, evitando di consegnargli automaticamente tutto ciò che abbiamo.

L’AI PUÒ LAVORARE BENISSIMO ANCHE SAPENDO MENO COSE

Abbiamo passato i primi anni dell’intelligenza artificiale generativa a imparare che il contesto migliora le risposte, ed è vero. Il passaggio successivo consiste nell’imparare a distinguere il contesto utile dal dato superfluo.
Per riscrivere una mail serve sapere a chi è destinata e quale obiettivo vogliamo raggiungere; probabilmente non serve il numero di telefono del destinatario.
Per analizzare l’andamento delle vendite servono quantità, date e categorie; potrebbe non servire il nome di ogni cliente.
Per sintetizzare un verbale servono decisioni e argomenti discussi; firme, recapiti e dettagli personali possono spesso restare fuori.
Questa è una delle abitudini più semplici da introdurre quando l’AI entra in azienda: dare al modello abbastanza informazioni per lavorare bene, evitando di consegnargli automaticamente tutto quello che abbiamo.
La domanda da fare prima del prossimo copia e incolla può quindi essere molto breve: quanto di questo documento serve davvero all’AI?

Domande frequenti su ChatGPT, dati e privacy

Alcune distinzioni utili prima di trasformare il copia e incolla in un’abitudine aziendale.

Posso inserire dati personali in ChatGPT?

Dipende dal contesto, dalla finalità, dallo strumento utilizzato e dalle regole dell’organizzazione. La scelta più prudente consiste nel fornire soltanto i dati realmente necessari al compito e rimuovere quelli superflui quando possibile.

Disattivare il training rende sicuro qualsiasi documento?

No. L’impostazione riguarda l’utilizzo delle conversazioni per il miglioramento dei modelli, mentre restano da considerare privacy, riservatezza, autorizzazioni interne, condizioni contrattuali e natura delle informazioni condivise.

ChatGPT Business usa i dati aziendali per addestrare i modelli?

OpenAI dichiara che per ChatGPT Business, Enterprise, Edu e API input e output aziendali non vengono utilizzati per addestrare o migliorare i modelli per impostazione predefinita.

Una chat temporanea è completamente anonima?

La chat temporanea non viene salvata nella cronologia, non crea memorie e non viene utilizzata per addestrare i modelli, ma questo non modifica la natura dei dati che vi inseriamo né eventuali regole aziendali o obblighi di riservatezza.

Anonimizzare e pseudonimizzare sono la stessa cosa?

No. Se un identificatore come “Cliente A” può ancora essere ricondotto alla persona tramite informazioni conservate altrove, i dati restano pseudonimizzati e sono ancora dati personali.

Qual è la regola più semplice prima di caricare un file?

Chiedersi quali informazioni servano realmente all’AI per svolgere quel compito. Nomi, recapiti, firme, colonne o dettagli irrilevanti possono spesso essere eliminati senza ridurre la qualità del risultato.

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L’uso sicuro dell’AI comincia dalle persone che la usano

Account, impostazioni e strumenti aziendali sono importanti, ma diventano davvero efficaci quando chi lavora sa riconoscere quali dati può utilizzare, quali informazioni deve ridurre e quando è necessario fermarsi e chiedere una verifica.

AI literacy significa anche questo: trasformare privacy, sicurezza e regole interne in comportamenti comprensibili da applicare durante il lavoro quotidiano.

WebdoAcademy è il progetto di formazione sull’intelligenza artificiale di Webdo.

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