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AI e aziende...

Come ho già raccontato altrove, sono un nerd che, per vocazione, ha iniziato a lavorare nel mondo digitale ormai oltre 25 anni fa. Ne ho viste di tutti i colori ma, nonostante ciò, continuo a nutrire una insana passione per la trasformazione digitale che ci sta cambiando profondamente, a folle velocità, senza che molti se ne rendano conto. Per evitare di fare la fine della rana cotta a fuoco lento, cerco di raccontare quel che accade sotto i nostri occhi.

Stefano Massari

1. «Dobbiamo introdurre l’intelligenza artificiale in azienda». Bene. E lunedì mattina?

«Dobbiamo introdurre l’intelligenza artificiale in azienda».
Ottimo.
E lunedì mattina cosa facciamo?
Compriamo venti licenze ChatGPT? Installiamo Copilot su tutti i computer? Organizziamo un corso per l’intero personale? Chiediamo all’amministrazione di automatizzarsi entro venerdì?
Da qualche tempo l’intelligenza artificiale è entrata nelle riunioni aziendali insieme a fatturato, clienti, marketing e problemi con la stampante. Tutti sanno che bisogna occuparsene, molto meno chiaro è capire da dove iniziare.
La tentazione più immediata è partire dagli strumenti. In realtà la prima domanda dovrebbe essere un’altra:
dove può esserci realmente utile?
Perché introdurre l’AI in azienda non significa semplicemente mettere un chatbot a disposizione dei dipendenti. Significa capire quali attività, processi e problemi possono essere affrontati meglio con il suo aiuto.

 

2. Il primo errore: scegliere lo strumento prima del problema

ChatGPT, Gemini, Claude, Copilot, agenti, automazioni, piattaforme specializzate. L’offerta cresce continuamente e ogni nuovo strumento arriva accompagnato dalla promessa di cambiare il nostro modo di lavorare.
Il rischio è comprare la soluzione prima ancora di avere individuato il problema.
Dire «vogliamo usare ChatGPT in amministrazione» ci dice molto poco.
Dire «ogni settimana perdiamo diverse ore per estrarre, confrontare e riordinare informazioni contenute in documenti molto simili tra loro» ci dice già molto di più.
Nel secondo caso possiamo cominciare a chiederci se l’AI sia adatta al compito, quale strumento utilizzare e come verificare i risultati.
L’intelligenza artificiale è uno strumento. Non è una strategia aziendale.

Prima il problema. Poi l’AI.

Il percorso più utile raramente comincia chiedendosi quale chatbot acquistare.

1 Osserva il lavoro

Dove perdiamo tempo? Quali attività si ripetono?

2 Definisci il problema

Che cosa vogliamo rendere più veloce, semplice o efficace?

3 Valuta l’AI

Può davvero aiutarci oppure stiamo aggiungendo tecnologia inutile?

4 Scegli lo strumento

Solo adesso ha senso decidere quale soluzione utilizzare.

L’AI è l’ultimo elemento della domanda, non il primo.

3. Prima guardiamo il lavoro che esiste già

Per trovare buoni casi d’uso non serve immaginare l’azienda del futuro. Conviene osservare quella di oggi.
Dove le persone perdono tempo? Quali attività vengono ripetute ogni giorno o ogni settimana? Dove bisogna leggere molti documenti, recuperare informazioni, produrre sempre gli stessi tipi di testi, riordinare appunti o trasformare dati grezzi in qualcosa di comprensibile?
Alcuni ambiti ricorrenti sono facili da individuare: email, documenti, ricerche, report, riunioni, procedure interne, contenuti, tabelle, assistenza alla scrittura.
Non significa che tutto debba essere affidato all’AI. Significa semplicemente che i processi già esistenti sono il posto migliore in cui iniziare a cercare.

4. Non tutto ciò che si può fare con l’AI vale la pena farlo

Le dimostrazioni sull’intelligenza artificiale sono spesso spettacolari.
Il problema è che una bella demo non coincide necessariamente con un buon caso d’uso aziendale.
Prima di introdurre l’AI in un’attività possiamo farci tre domande molto semplici:
Ci fa risparmiare tempo?
Migliora la qualità del risultato?
Riduce un’attività ripetitiva o poco qualificante?
Se non riusciamo a rispondere sì ad almeno una di queste domande, forse stiamo usando l’AI semplicemente perché possiamo farlo.
Ed è un criterio piuttosto costoso per scegliere gli strumenti di lavoro.

5. Da quali attività possiamo partire?

Alcuni casi d’uso sono relativamente semplici da sperimentare e non richiedono di rivoluzionare l’organizzazione.
Ricerca e sintesi. Analizzare documenti, confrontare informazioni, preparare un briefing o ricavare i punti principali da materiali molto lunghi.
Scrittura assistita. Preparare bozze di email, relazioni, descrizioni, comunicazioni o documenti interni.
Riunioni e report. Organizzare appunti, produrre sintesi, individuare decisioni e attività successive.
Marketing e comunicazione. Cercare argomenti, sviluppare idee, adattare contenuti e prepararne versioni per canali differenti.
Dati e tabelle. Interpretare informazioni, individuare anomalie, costruire formule o ottenere una prima lettura di un foglio di calcolo.
Procedure interne. Riordinare conoscenze sparse e trasformarle in istruzioni più chiare e accessibili.
Sono esempi, non una lista della spesa. Il caso d’uso migliore dipenderà sempre dal modo in cui lavora quella specifica azienda.

Sei attività da cui può avere senso partire

Non sono ricette universali, ma ambiti in cui è relativamente semplice sperimentare un primo utilizzo concreto.

🔎 Ricerca e sintesi

Documenti, briefing, confronti e raccolta delle informazioni principali.

✍️ Scrittura assistita

Email, bozze, relazioni, comunicazioni e documenti interni.

🗒️ Riunioni e report

Sintesi, decisioni, attività successive e organizzazione degli appunti.

📣 Marketing e contenuti

Ricerca, idee, adattamenti e riutilizzo dei materiali sui diversi canali.

📊 Dati e tabelle

Prime analisi, formule, anomalie e lettura di fogli di calcolo.

⚙️ Procedure interne

Riordinare conoscenze e trasformarle in istruzioni più chiare.

6. Meglio un piccolo esperimento reale che dieci prove

Non serve trasformarsi improvvisamente in un’azienda “AI driven”, qualunque cosa significhi esattamente.
È molto più utile scegliere un’attività concreta, poche persone e un risultato misurabile.
Per esempio:

Ridurre il tempo necessario per preparare il report settimanale.
Oppure:
Velocizzare la preparazione di una prima bozza delle risposte alle richieste commerciali.
A quel punto possiamo provare, osservare cosa funziona, individuare gli errori e modificare il processo.
Un piccolo progetto pilota produce molte più informazioni di settimane passate a discutere astrattamente di trasformazione digitale.

Un buon primo progetto AI sta tutto qui

Piccolo, concreto e soprattutto misurabile.

Passo 1 Un’attività

Scegli un processo circoscritto.

Passo 2 Poche persone

Coinvolgi chi svolge davvero quel lavoro.

Passo 3 Un obiettivo

Definisci cosa vuoi migliorare.

Passo 4 Una prova

Testa lo strumento sul lavoro reale.

Passo 5 Una misura

Confronta il prima e il dopo.

Esempio: ridurre da tre ore a una il tempo necessario per preparare il report settimanale.

7. Poi arrivano le persone

Anche il miglior strumento serve a poco se chi dovrebbe usarlo non sa quando farlo, come formulare una richiesta o come valutare la risposta.
E qui iniziano spesso le differenze all’interno dello stesso team.
C’è chi usa l’AI per qualsiasi cosa, chi non si fida mai, chi copia documenti interi dentro un account personale e chi continua a guardare ChatGPT con lo stesso sospetto con cui guardava Internet nel 1998.
Portare l’AI in azienda significa quindi anche creare un livello minimo e condiviso di competenze.
Capire gli strumenti, dare istruzioni, verificare le risposte, riconoscere i limiti e sapere quando l’intervento umano è indispensabile.

WebdoAcademy per le aziende

Da dove potrebbe partire la tua azienda?

Non serve avere già deciso quale corso fare o quale strumento adottare. Raccontaci come lavora il tuo team e quali attività vorresti migliorare: possiamo ragionare insieme sui primi casi d’uso e sulle competenze necessarie.

Parliamone su WhatsApp →

WebdoAcademy è il progetto di formazione sull’intelligenza artificiale di Webdo.

8. Servono anche alcune regole

Finché l’AI viene utilizzata per provare a scrivere una poesia sul gatto dell’amministratore delegato, il problema è relativamente limitato.
Quando entra nei processi aziendali, invece, diventano inevitabili alcune domande.
Quali strumenti possono utilizzare i dipendenti? Quali dati possono essere inseriti? Possiamo caricare documenti dei clienti? Quali risultati devono essere verificati? Chi resta responsabile dell’output finale?
Non è necessario iniziare con un manuale di cinquanta pagine.
Ma assenza di regole non significa libertà: spesso significa soltanto che ciascuno si costruisce le proprie.
Ed è così che l’uso spontaneo dell’AI rischia di trasformarsi in Shadow AI, con strumenti e comportamenti che l’azienda non conosce e quindi non può governare.

9. Come capire se l’AI sta funzionando davvero

Il successo non si misura contando quanti dipendenti hanno aperto ChatGPT durante la settimana.
Conviene tornare al problema da cui siamo partiti.
Il processo richiede meno tempo? Il risultato è migliore? Sono diminuiti gli errori? Le persone riescono realmente a utilizzare lo strumento? L’attività che abbiamo modificato è diventata più semplice?
Se prima servivano tre ore per produrre un report e ora ne serve una, abbiamo un dato interessante.
Se invece abbiamo aggiunto un chatbot al processo, creato due riunioni per parlarne e nessuno sa bene cosa farsene, probabilmente abbiamo soltanto aggiunto tecnologia.
Il vero indicatore non è quanto utilizziamo l’AI. È quanto funziona meglio il lavoro.

10. Per introdurre l’AI, partiamo dall’azienda

Torniamo quindi alla domanda iniziale.
Come si introduce l’intelligenza artificiale in azienda?
Paradossalmente, non iniziando dall’intelligenza artificiale.
Si parte dai processi, dalle persone, dalle attività ripetitive, dai problemi che fanno perdere tempo e dagli obiettivi che vale davvero la pena raggiungere.
Poi si sceglie un caso concreto, si individua lo strumento adatto, si sperimenta, si definiscono alcune regole e si misura il risultato.
Solo a quel punto ha senso chiedersi come estendere l’esperienza al resto dell’organizzazione.
E se, durante questo percorso, la domanda diventa «come prepariamo le persone a utilizzare bene questi strumenti?», allora il problema non è più soltanto tecnologico.
È diventato un problema di competenze.
Ed è esattamente da lì che dovrebbe cominciare la formazione.

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